"Gli sfaccendati"
Melih Cevdet Anday
Gramma Feltrinelli
"La villa, ormai cadente, aveva tre piani. Il pianterreno, costruito in muratura, si apriva su un grande spiazzo e ospitava la cucina e le stanze del cuoco e del maggiordomo. Gli altri due piani erano costruiti in legno. Vista dall’esterno, c’era da non credere che fosse ancora abitata. Le grondaie erano penzolanti, gran parte delle persiane rotte, l’intonaco si era screpolato e si staccava a chiazze."
Al centro della narrazione di "Gli sfaccendati", pubblicato da Gramma Feltrinelli e tradotto da Nicola Verderame, c'è una villa sul Bosforo.
Ha rappresentato lo splendore e la ricchezza dell'impero.
Ma questa opulenza si è lentamente sgretolata, restano i ruderi di un passato luminoso.
Giocando sulle conseguenze del cambiamento dall'impero alla Repubblica Melih Cevdet Anday scrive un romanzo politico usando come arma una sottile ironia.
Ha una penna affilata e nel mostrarci la quotidianità dei personaggi evidenzia quanto per alcune classi sociali sia difficile confrontarsi con un presente altro.
Figura di riferimento è la matriarca Leman Hanim, donna viziata dal padre, che cerca senza riuscirci a tenere alto il nome della sua famiglia.
Le altre figure sono maschere senza identità, falliti, insoluti.
Nelle dinamiche familiari forti sono le tensioni per futili motivi mentre nessuno è capace di uscire da quella che è stata una gabbia dorata.
Sono accelerati i dialoghi quasi a controbilanciare quel senso di staticità che è protagonista del testo.
La scrittura è descrittiva, asciutta, non giudicante.
Parlano i fatti, le discordie, i rancori, quell'aggrapparsi al nulla.
L'autore costruisce un affresco che non racconta solo la Turchia.
Ci spinge ad interrogarci sulle nostre vite precarie, lente, legate ad un passato che ci ha schiacciati.
E il presente, e la novità, e la voglia di fare e sognare e inventare che fine hanno fatto?
È ora di svegliarsi e vivere l'oggi da soggetti consapevoli.

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