"Il canto di Haïganouch"
Ian Manook
Fazi Editore
Mi aveva appassionato "L'uccello blu di Erzerum", per la capacità di raccontare il genocidio armeno del 1915.
Aspettavo con ansia il nuovo romanzo di Ian Manook, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Maurizio Ferrara.
Intuivo che mi mancavano dei tasselli nel ricomporre una pagina tragica che purtroppo è stata dimenticata.
"Il canto di Haïganouch" mi ha travolta e mi ha dato la conferma che lo scrittore non racconta solo la storia della sua famiglia.
Va oltre e trasforma quel vissuto intimo in una testimonianza che travalica il tempo, che sa essere universale.
Siamo nel 1947 a Marsiglia ed Agop lascia la famiglia per imbarcarsi sul piroscafo russo Rossia che secondo le promesse di Stalin lo porterà nella nuova Armenia.
Purtroppo quel sogno viene infranto mentre la trappola del regime totalitario mostra la sua aggressività.
Contemporaneamente in Russia Haïganouch vive la sua esistenza tranquilla in compagnia della famiglia e della musica.
Anche per lei il destino riserva sorprese e la deportazione.
Queste due figure si incontrano ma non è solo la forza che li accomuna.
C'è molto di più che va oltre la follia dei potenti.
Il romanzo nell'intreccio che non offre scampo al lettore compie un'opera di purificazione.
L'autore rappresenta la terza generazione di armeni, per trent'anni si è nutrito dei racconti della nonna.
Ha scritto ed ha avuto successo mentre permetteva a quella storia che riguarda il suo popolo di sedimentare, prendere le distanze dal dolore, liberarsi dalla rabbia.
Ecco perché il suo libro è un capolavoro.
Da buon giornalista e certamente con non poca fatica narra i fatti pur mantenendo un'umanità e una sensibilità che commuovono.
Il suo è il libro del riscatto, di una gente che vuole affermare la sua identità e non a caso il titolo fa riferimento al canto.
"Agli innocenti dell’Armenia e di altri luoghi. A quelli che continuo ad amare e agli altri nonostante tutto. A me!"
Una dedica che ci appartiene.

Commenti
Posta un commento