"Triste non è la parola giusta"
Gabriel Abreu
SUR
"Ti scrivo e ti mando questa lettera per provare a ritrovare, nella mia voce, la tua."
"Triste non è la parola giusta", pubblicato da SUR e tradotto da Dea Merlini, è un romanzo meraviglioso, poetico, straziante.
Il figlio cerca di ricomporre l'esistenza della madre, affetta da una grave degenerazione neurologica.
"Resto in silenzio, proprio come te, sopportando questo insopportabile e lungo addio."
Attraverso un diario, foto, vecchie lettere il protagonista prova a ritrovare quel che resta della donna e di sé stesso.
Frasi brevi come dei sussurri scandiscono le pagine.
L'uso della terza persona singolare ha un valore affettivo.
Distanziarsi per ricomporre, cercare di afferrare quello che c'è stato e quello che resta.
Il romanzo modula la voce e la struttura cambiando inflessione e in questa scelta stilistica si percepisce il bisogno di trasformare l'esperienza intima in una pluralità collettiva.
La malattia mentale diventa un'urgenza sociale, coinvolge le famiglie senza offrire sostegno e nell'atteggiamento del padre che nega l'evidenza c'è la paura di rendere reale ciò che esce dalla normalità.
Gabriel Abreu pur mantenendo una spiccata identità latinoamericana riesce a liberarsi dalle influenze del realismo magico e ci consegna un'opera rivolta ad ognuno di noi.
E in quell'uomo che nella madre prova a ritrovarsi c'è quella parte di noi che non riesce a staccarsi dal cordone ombelicale.
Dedico questa mia lettura alla mia mamma che si è spenta dopo una lunga malattia che le ha tolto la memoria.

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